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Perché siamo diventati POVERI – Analisi e spiegazione Economica in 6 passi

Passo 1: Cambio del modello economico

Partiamo da una lettura rovesciata della storia economica: e se non ci fosse stata nessuna crisi nel 2007?

E infatti, non c’è stata nessuna crisi. C’è stato un cambiamento pianificato e deliberato di sistema economico. A livello europeo, l’adesione al modello unico di pensiero economico neo liberista ha portato all’ingresso nell’Euro.

Taluni sostengono sia stata la nostra salvezza; noi riteniamo sia stata la nostra sciagura.

Senza molti discorsi, è sufficiente guardare la produzione industriale, vero motore della ricchezza di un Paese. Si guardi il grafico, di produzione del Centro Studi WIN the BANK.

Osservate la direzione del rapporto tra produzione italiana e tedesca dal 1970 ai giorni nostri; in verde è il trend quando operiamo in un sistema di cambi flessibili, in rosso quando entriamo prima nel sistema monetario europeo e poi definitivamente nell’Euro, cioè in un sistema a cambi fissi.

Fine della discussione.

Rapporto tra produzione italiana e tedesca – Anni ’90

 

Passo 2: Crollo di risparmi e investimenti

I posti di lavoro sono creati direttamente – lo si dimentica sempre – solo dagli imprenditori. Tutte le altre misura di politica economica (compresi i posti di lavoro creati dallo Stato) dipendono indirettamente da questo. Quando, come conseguenza di cambiamenti pianificati di modello economico, si genera una “crisi”, questa è una conseguenza e non una causa.

Sul telegiornale ogni giorno, da anni, parlano di indicatori stupidi basati sui sondaggi, come la fiducia dei risparmiatori, la propensione alla spesa e via discorrendo, con tanto di filmati di rito sui negozi del centro.

Scempiaggini: ciò che conta sono il tasso di risparmio e di investimento.

La povertà – con politiche del governo di austerità, cioè pro cicliche – innesca un circolo vizioso di altra povertà.

Andamento e rapporto tra Risparmio ed Investimento

 

 

Passo 3: Differenziale di fatica

Questo mette in moto ciò che definisco un “differenziale di fatica”. Quando Paesi adatti a modelli economici differenti vengono costretti da una visione scorretta a competere nello stesso modello con la scusa della “globalizzazione”, gli effetti sono che alcuni lavorano molto più degli altri, per potersi permettere molto di meno.

Semplicemente, il loro motore non è adatto a quel combustibile e la resa è molto più bassa.

In altri termini, è una concorrenza sleale a livello non di impresa ma di Stato. Sarebbe come far correre alcuni liberi e altri dentro a un sacco. Come se non bastasse, nella retorica neo liberista che occupa tutti i principali organi di informazione si parla da anni di menzogne come la “spesa pubblica improduttiva” o la “mancanza di produttività degli italiani” o ancora la “scarsa propensione al lavoro dei popoli del sud”.

In realtà, vi stanno deridendo, perché le cose non stanno affatto così, come dimostra questo grafico elaborato dal Centro Studi WIN the BANK.

 

Passo 4: Divaricazione tra produzione e salario

Tutto questo fa parte di un disegno mondiale, molto più ampio.
Per comprenderlo, occorre ampliare lo sguardo e guardare cosa sia successo dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri. Nel grafico, si nota l’effetto di quella che noi chiamiamo divaricazione tra produzione e salario dei lavoratori dipendenti.

Ore medie lavorate dai principali Stati Europei in base al reddito.

 

Passo 5: Distribuzione di ricchezza e povertà

Ora, torniamo ad accorciare lo sguardo solo a ciò che succede da quando le due curve del grafico precedente iniziano a divergere, cioè dagli inizi degli anni ’50 del XX Secolo.

Ecco quale è il disegno del pensiero unico internazionale; fare divergere la retta rossa e quella blu, cioè il tasso di crescita di ricchezza dei ricchi e dei poveri.

Riprendiamo la domanda della slide: è un trend equo e sostenibile?

Per rispondere, si tratta di capire dove ci sta portando questo trend.

Il grafico rappresenta la distribuzione di ricchezza e povertà dal 1949 ad oggi

 

Passo 6: Concentrazione della ricchezza

Nei decenni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’80, gli italiani erano un popolo sostanzialmente benestante, con un sistema di welfare crescente e con tassi di ricchezza crescenti, dimostrati dall’aumento dei tassi del risparmio delle famiglie, documentati in altri nostri articoli.

Lentamente, negli scorsi decenni, le politiche delle privatizzazioni, della globalizzazione, della perdita della sovranità monetaria e dell’introduzione di politiche di austerità sono stati i quattro cavalieri dell’Apocalisse economica del nostro Paese.

Ma il disegno è mondiale e il nostro piccolo Stato non è in grado di contrastarlo, soprattutto perché alcuni nostri governanti hanno venduto la propria anima alla carriera internazionale, facendo compiere negli scorsi decenni scelte anti democratiche (poiché non condivise né votate dalla gente), come spiegato in altri articoli.

Ma qual è il disegno mondiale del pensiero unico in Economia?

E’ concentrare la ricchezza nelle mani di pochi; per la precisione, ricchi e ricchissimi.

Questo disegno è volto a far ridurre la classe media e sostituirla con una classe crescente di poveri.

Perché?

Perché i poveri sono deboli e accetteranno l’elemosina, rappresentata da varie forme di sussidio di Stato, diversamente denominate nei decenni; negli anni ’80 era il voto di scambio, domani sarà il reddito di cittadinanza (entrambe versioni diverse del panem et circenses di latina memoria).

In questo modo, i poveri accetteranno nuove forme elemosina dei ricchi, consentendo loro di attuare tutte le manovre di politica economica, poiché il solo uomo che può essere libero è l’uomo che si sostenta da solo con il proprio lavoro, ben retribuito e stabile.

Solo chi ha un lavoro adeguatamente retribuito è libero.

 

Conclusione

Non siamo diventati poveri perché siamo più stupidi dei nostri genitori, perché lavoriamo meno, siamo più spendaccioni o meno orientati allo studio, al risparmio e alla fatica.

Queste sono le retoriche di sistema, che attraverso il controllo dei principali organi di informazione tende ad attuare un meccanismo di condizionamento collettivo: il senso di colpa. Se ti senti in colpa, ti faranno accettare le politiche di “rigore” che aumenteranno il divario tra la ricchezza di ricchi e poveri. Il vecchio “divide et impera” dei latini viene usato ancora oggi; si creano messaggi di scontro generazionale, conditi con altri messaggi di contrapposizione generazionale.

Si convincono gli anziani che si devono pagar le medicine perché ormai sono un lusso e i giovani ad avere un lavoro precario, per colpa degli sprechi delle pensioni dei genitori. Si racconta ai ragazzi che oggi non hanno un lavoro per gli sperperi dei padri che hanno avuto cose che “non potevano permettersi”.

Si parla continuamente di sprechi, di tagli e di austerità; recentemente l’Unione Europea arriva addirittura a parlare di contenimento degli anni di didattica nelle scuole superiori con l’incredibile motivazione del taglio della spesa e del risparmio. Come se investire sulla cultura delle future generazioni sia un costo e non una ricchezza da coltivare.

Tanti ci chiedono cosa si possa fare; esistono due risposte a due diversi livelli.

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A livello generale, l’unica risposta democratica può essere quella dell’esercizio del diritto di voto e protesta, ed esula dagli scopi di questo blog, che non tratta di politica. Noi vi abbiamo fornito una diversa chiave di lettura della storia economica; a voi credere alla nostra o a quella ufficiale, e trarre vostre libere conclusioni.

A livello personale, noi non possiamo dar risposte concrete a tutti ma solo a una nicchia di persone composte da liberi professionisti e imprenditori. La nostra riposta operativa e concreta, per il ristretto ambito della nostra competenza, sta nella volontà individuale di uscire dal disegno della povertà. Siamo convinti che, una volta compreso che sia del tutto inutile piangersi addosso, pubblicare aforismi su Facebook e attendere l’aiuto dello Stato o l’ ”uscita dalla crisi” (perché non è una crisi ma un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico), un libero professionista e un imprenditore abbiano in mano le sorti della propria vita.

Le soluzioni – tuttavia – si cercano una volta acquisita la consapevolezza.

In questo blog, offro gratuitamente una visione del mondo economico, poiché un imprenditore e un professionista ed un libero cittadino non possono viaggiare come buoi nel campo di grano, con il paraocchi.

Non è colpa vostra se siete entrati in un meccanismo di riduzione decennale, lenta e inesorabile, del vostro reddito d’impresa e di libera professione.

Lo è se – consci del meccanismo globale – avendone la possibilità non fate nulla di concreto per uscirne, per la vostra ricchezza e libertà individuale.

L’unica vera barriera è quella mentale, data dallo scetticismo, la sfiducia, il sospetto, la diffidenza e la paura.