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Sovranità senza decidere dove vanno i soldi?

Sono reduce da un convegno in cui si è trattato di debito pubblico e dove, come relatore, mi sono trovato a spiegare – con posizione di netta minoranza, rectius, solitudine – che l’origine dei nostri problemi deriva dalla perdita di sovranità monetaria, una storia che ha origini nel lontano 1981.

Oggi intendo approfittare della notizia del mio amico personale, l’illustre Prof. Antonio Maria Rinaldi, che sta spiegando per l’Italia le idee espresse nel suo ultimo libro, per tornare sul tema.

Non intendo affrontare il tema della Sovranità o dello Spread, ma ne approfitto per fare un’osservazione sotto altro punto di vista.

Quale sovranità abbiamo avuto nella storia di presunta collaborazione Europea?

 

La caratteristica del sovrano

La caratteristica di un sovrano è regnare.

Intendo affrontare e confutare un luogo comune molto diffuso nel nostro Paese, da oltre vent’anni. Ogni giorno leggo per le strade cartelli “opera pubblica sostenuta con il contributo dell’Unione Europea”. Ogni giorno ascolto i telegiornali e leggo articoli che dicono “l’Italia non porta a casa i soldi dell’Europa”. Ogni giorno, compreso l’ultimo convegno nel quale sono stato, qualche relatore, magari di autorevole Università italiana, afferma cose tipo: “se non fosse stato per l’Europa l’Italia sarebbe fallita.”

Questi luoghi comuni alimentano l’opinione, invero piuttosto diffusa nel nostro Paese, che noi saremmo parassiti, debitori dell’Europa, feudatari disattenti al nostro feudo, un popolo di sfaticati che vive a scrocco grazie agli aiuti di Stato europei. Tutto questo cumulo di opinioni giornalistiche diffonde l’idea che noi saremmo una specie di “mezzogiorno” europeo, un popolo di italiani “baffi neri e mandolino”, incapaci di controllare i conti pubblici, sistematicamente a debito con l’Europa, dalla quale trarremmo i soldi per le nostre opere pubbliche, senza peraltro essere capaci ad “usarli”.

Ma quanto v’è di vero in tale narrazione diffusa?

 

Da che pulpito

Prima di documentare le mie idee, intendo subito chiarire quale siano le mie qualifiche per poter confutare una così diffusa opinione. Io documento un’esperienza che risale alla metà degli anni ’90, quando ero in Commissione Politiche Comunitarie alla Camera dei Deputati, continua come consulente sull’uso degli aiuti comunitari presso società pubbliche partecipate dal MEF, prosegue come Presidente di società di Stato che ha impiegato i fondi europei, si completa come docente di vari percorsi universitari in materia di programmazione europea, senza ricordare una decina d’anni spesi come consulente del mondo pubblico e privato in materia di finanza agevolata.

Naturalmente potremmo avventurarci in un ampio dibattito sull’utilità della finanza agevolata e potrei, dopo oltre vent’anni di esperienza, porre delle domande anche molto antipatiche sul senso ridistributivo di tale logica imperante per tanti anni, chiedendo per esempio quale senso abbia tassare tutte le imprese per poi restituire solo ad alcune di loro – non di rado con bandi cervellotici – risorse da loro stesse prelevate, peraltro senza affrontare i problemi delle riprese a tassazione.

Ma non sarebbe più semplice abbassare il prelievo fiscale e lasciare gli imprenditori liberi di investire le risorse risparmiate?

Ma non è nemmeno di questo che intendo trattare, ma focalizzare la mia sola attenzione in questo articolo a uno e un solo interrogativo: hanno ragione coloro che tendono ad alimentare il senso di colpa dell’Italia nei confronti dell’Europa?

Questo ci conduce ad altre domande molto pratiche: corrisponde a verità che noi saremmo in debito?

Il che ci porterà ad altro interrogativo: e dunque, è accettabile ricevere quotidianamente lezioni, rimproveri, richiami e minacce di vario genere?

Il che ci porterà, in conclusione, nuovamente al tema della Sovranità.

 

Leggere un conto corrente

L’economia non è una scienza esatta, né tanto meno qualcosa di matematico, oggettivo e certo. Chi lo affermasse sarebbe, certamente, un mentitore o un imbecille.

Esistono in economia due grandi temi che limitano tale approccio di presunta scientificità. Quando spieghiamo in un’aula universitaria i modelli economici noi docenti usiamo spesso frasi come “l’ipotesi forte del modello è che siamo in un mondo media –varianza” oppure “l’ipotesi forte del modello è che gli individui siano razionali”.

Peccato che il modello matematico sia una cosa, la realtà un’altra.

Nella vita reale non si procede per media e varianza, e alzi la mano chi, tra noi, non abbia mai fatto qualcosa di irrazionale nella propria vita.

Ma vi è una seconda macroscopica ragione di dubitare di tali venditori di certezze: l’Economia non è una scienza pura, perché ha il fine – dichiarato o meno – di ridistribuire la ricchezza tra fasce sociali. Nessuna scelta economica può essere davvero neutrale, sicché mi fanno ridere i fautori della inoppugnabilità di qualsivoglia scelta economica.

Di più: nessuna azienda è fatta solo di valori certi, essendo il bilancio di qualsiasi azienda, pubblica o privata, composta di un complesso di valori certi, stimati e congetturati.

Tuttavia, abbiamo una certezza, almeno.

Quella certezza si chiama cassa, o denaro, o moneta.

Proseguo la trattazione con slides tratte da una mia recente conferenza. Pertanto, converrete sul fatto che ci siano opinioni soggettive e altre inconfutabili, a chi sappia leggere un conto corrente.

 

Il do ut des europeo

Partiamo dalle basi.

Il concetto di PFN (posizione finanziaria netta) è un elemento fondamentale dei programmi di studio in materie finanziarie. Non esiste un commercialista, un consulente che possa non conoscere le varie accezioni di tale concetto. In estrema sintesi, con una qualche doverosa approssimazione per esigenze di divulgazione, diremo che si tratta di un saldo tra partite positive e negative.

In sintesi, è come quando guardiamo l’ultimo numero del nostro estratto conto: o è maggiore, oppure è minore di zero.

In questa grafica abbiamo la posizione finanziaria netta dell’Italia nei confronti della UE.

Sono dati della ragioneria dello Stato.

Scusate, ma io leggo un saldo negativo, cioè noi abbiamo versato molto di più di quanto abbiamo ricevuto indietro.

Oh, ma davvero?

 

Realizzato con fondi UE

Eh, sì.

A questo punto mi vengono in mente le parole di un relatore che ho ascoltato in un recente convegno, che affermava che dovremmo ringraziare ogni giorno l’Unione Europea per averci salvato dal baratro.

Vi propongo allora, in tema di riconoscenza, la riflessione della grafica seguente.

Ma l’obiezione può essere che si tratti di un momento, di una situazione particolare, di una congiuntura. Allora esaminiamo insieme il trend su serie storica di lungo termine.

Fatemi capire: perché noi baffi neri e mandolino paghiamo sistematicamente ogni anno di più per ricevere più o meno lo stesso?

 

I soldi dell’Europa

Da oltre vent’anni, dicevo, in vari ruoli mi sono occupato dei fondi europei, e sistematicamente, da oltre vent’anni, leggo opinionisti che scrivono dei “soldi dell’Europa”.

Orbene, in questo articolo intendo molto semplicemente confutare questo grande equivoco di fondo, costruito mediaticamente per ottenebrare, anche a fini politici, la mente di decine e centinaia di milioni di elettori europei.

Ecco l’equivoco: quei soldi sono italiani.

Così quando, ogni anno, ascoltate al telegiornale della generosità Europea che ci consente gli aiuti di Stato e quando dall’altra ascoltate il richiamo dell’Europa al nostro controllo dei conti pubblici, riflettete anche su questa ulteriore considerazione, espressa nella grafica seguente.

Di cosa devo dire grazie, se sono io il creditore?

 

Conclusione

Da oltre vent’anni ci raccontano di un’Europa della solidarietà, della unione di intenti e di forze, della comunanza di sforzi. Non mi risulta sia stata creata alcuna unione di tipo fiscale. Non mi pare ci sia stata alcuna unione sulle politiche di investimento. Non mi pare ci siano state condivisioni di politica estera, nemmeno su questioni come bombardare la Libia o la Siria.

Mi risulta sia stata fatta una ed una sola Unione, usando una formula che suona quasi matematica: quella monetaria.

L’unica unione prodotta è stata quella attorno ad una moneta senza stato, chiamata euro.

Il nostro Paese, strangolato in un sistema a cambi fissi, ha subito tre fasi di attacco; la prima è stato smantellare un efficiente apparato burocratico di industria pubblica, svenduta con le privatizzazioni. La seconda è stata l’occupazione del nostro sistema industriale svenduto a colonizzatori esteri. La terza, che stiamo vivendo, è la partita dell’occupazione del sistema bancario italiano da parte dei fondi speculativi esteri, ai quali si vorrebbe svendere con vari pretesti le nostre ultime banche.

Per condizionare la nostra opinione pubblica è stato fatto un lavaggio del cervello sistematico, in modo da far sentire il cittadino italiano colpevole, per convincerlo di essere in “debito”, per fargli credere che la narrazione di “italiano baffi neri mangiare spaghetti e fare sempre casino” – di fantozziana memoria – abbia un fondamento di cui, molti, si sono autoconvinti per ripetizione del mantra, della litania, del rito religioso del peccato, in attesa di un commiserevole atto di perdono.

Sicché, si illustra dai più quasi come atto di superbia la volontà del nuovo governo italiano di andare a Bruxelles a trattare maggiore flessibilità, quasi che sia un gesto irrispettoso, irrituale, indecoroso. Sembra quasi che noi, che saremmo in debito e in colpa, dovremmo avere un atteggiamento di umile rassegnazione, misto a riconoscenza e sudditanza per coloro che “ci hanno salvato”.

Se il nuovo Governo andrà a Bruxelles con un altro spirito sarà per un solo motivo; la consapevolezza di essere nel giusto a rivendicare il sacrosanto diritto di un popolo di sbattere i pugni sul tavolo, dopo aver subito morti e miserie per troppo tempo, da quando a quel popolo taluno – senza alcun democratico interpello – decise di togliere la più grande delle arti di un popolo sovrano.

Parlo, naturalmente, della sovranità della moneta.

Sbattiamo i pugni sul tavolo non per alterigia, ma per doveroso rispetto al popolo sovrano.